Fotografia e Verità

Il rapporto della fotografia con la verità è discusso fin dalla nascita delle prime tecniche di registrazione delle immagini con la luce e a tutt’oggi la fotografia è ancora considerata una rappresentazione della realtà, al punto da considerare osceno lo stesso nudo che non ci crea alcun problema in pittura o scultura e da biasimare il fotoritocco come se fosse una truffa. Eppure la fotografia è molto lontana dalla realtà.

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Se della stessa scena scattiamo una foto o dipingiamo un quadro, otteniamo nel pubblico reazioni diverse

La prima aspra diatriba nacque sulla questione artistica: ci si chiedeva se la fotografia fosse arte e l’idea che andava per la maggiore era quella secondo cui non lo fosse (provata a leggere cosa ne pensava Baudelaire, che pure nei suoi ultimi anni chiese alla madre una sua foto da portare con sè), e anzi i pittori che usavano la camera obscura o camera ottica per i loro dipinti erano considerati privi di immaginazione. Senza contare che, quando le prime foto dei cavalli in corsa di Eadweard Muybridge dimostrarono che le rappresentazioni dei cavalli in corsa usuali in pittura, come quelle di Théodore Géricault, erano errate, diversi esponenti della cultura allora contemporanea, come Auguste Rodin, si affrettarono a dire che era la rappresentazione pittorica a essere corretta, in quanto dava maggiormente la sensazione della corsa (altri come Edgar Degas e Paul Valéry erano di diverso avviso).

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Una fotografia rappresenta il movimento meglio o peggio di un quadro che interpreta le aspettative del pubblico?

Solo negli anni Settanta del secolo scorso si accettò pienamente il concetto di fotografia come rappresentazione artistica, tanto che anche le vecchie foto degli anni precedenti cominciarono a essere collezionate, archiviate ed esposte nei musei. Un’arte per altro molto popolare, perché, almeno un po’, alla portata di tutti. Nonostante ciò, però, la fotografia non riesce a togliersi di dosso il peso della verità, con ciò che ne comporta. Per l’opinione pubblica, nella fotografia la realtà è superiore al concetto.

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Oggi, se vogliamo “visitare” un posto particolare, possiamo cercarne le immagini su Internet e difficilmente dubiteremo di ciò che ci mostrano

Nel 1852 l’archeologo Louis Félicien Joseph Caignart de Saulcy illustrò alcune ricerche condotte a Gerusalemme un paio di anni prima da Auguste Salzmann, ma i suoi disegni furono giudicati dai contemporanei come delle fantasiose esagerazioni. Era quella un’epoca in cui non esistevano immagini, per cui per vedere posti esotici l’unico modo era recarvici, o perlomeno così era fino a pochi anni prima. Nel 1854, infatti, Salzamann fu incaricato di fotografare i monumenti dei cavalieri crociati nella stessa Gerusalemme e de Saulcy ne approfittò per commissionargli una serie di foto che dimostrassero la veridicità del suo lavoro. Le fotografie di Salzmann, oltre duecento, dimostrarono senza dubbio l’accuratezza delle illustrazioni di de Saulcy, tanto che un giornale dell’epoca commentò: “Non si può certo accusare il Sole di avere immaginazione“. Poco importa che appena un anno dopo, all’Esposizione universale di Parigi, un anonimo artista tedesco, dopo solo sedici anni dalle invenzioni di Talbot e Daguerre, mostrava a un esterrefatto pubblico le prime fotografie ritoccate.

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Questa non è Biancaneve, e quella non è una mela rossa. La foto, però, è vera

Tornando agli anni Settanta del secolo scorso, è forse quello il periodo in cui il concetto comincia a farsi prepotentemente strada a discapito della realtà. Eppure la fotografia resta strettamente legata alla cronaca, anche più del necessario. Chiunque abbia un po’ di attenzione per la storia della fotografia conosce la fotografia che rappresenta il miliziano ferito a morte, scattata da Robert Capa durante la guerra civile spagnola. C’è un dibattito che dura da decenni sull’autenticità di quella foto, dibattito sapientemente alimentato dal fotografo, che giocava molto sulla sua figura “leggermente fuori fuoco“. Il punto è: c’era la guerra e ogni giorno civili e miliziani morivano. Alla luce di ciò, è davvero importante sapere se quello specifico miliziano è morto nel preciso istante in cui Capa l’ha fotografato (realtà) o è sufficiente la rappresentazione di una morte che mostri in maniera simbolica (concetto) una realtà oggettiva e innegabile?

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Ho fatto ripetere il salto ad Arianna almeno tre volte, prima di ottenere l’immagine che volevo. Questo la rende meno vera?

Diverso è se si vuole rappresentare un concetto falso, legato a una realtà che non esiste. Ritoccare la foto di una celebrità in sovrappeso per mostrarla come una taglia 38 e spacciare quel modello come l’unico da seguire non è eticamente corretto. Ammorbidire la pelle del soggetto di un ritratto con una luce molto dura rende quella fotografia più realistica della ripresa senza post-produzione, perché più si avvicina al modo in cui il nostro occhio vedrebbe quell’immagine senza il filtro del mezzo tecnico.

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In questa sala degli specchi c’era una luce affascinante, ma molto difficile da gestire: un minimo di ritocco pelle era indispensabile

Ancora, recentemente sui social media sta girando una foto relativa alla protesta per il passaggio di grandi navi a Venezia. L’immagine ritrae una enorme nave da crociera che sovrasta la città, una nave di dimensioni tali che da sole bastano a far capire che si tratta di un fotomontaggio (io, quando l’ho vista, ho pensato che, già che c’erano, potevano metterci uno Star Destroyer). Questo e alcune piccole sbavature sullo scontorno e sul rapporto tra luci e ombre, rendono palese a che ci troviamo davanti a un falso, eppure molte persone credono a ciò che vogliono credere e così si finisce per leggere commenti del tipo “È così mostruosa che si fa fatica a credere che una simile mostruosità sia vera“. Insomma, qualcosa nella nostra testa ci avverte che si tratta di un falso, ma stiamo parlando di una foto, quindi tendiamo a credere comunque che sia vera. Dicevo poco fa che il concetto può vincere sulla realtà e il passaggio di grandi navi a Venezia è sicuramente un problema: il pericolo è che chi lo considera invece un’opportunità possa usare questo falso per accusare chi la diffonde di mistificare la realtà.

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L’uso di un grandangolare spinto (14mm equivalente) non rende questa foto meno reale

Come dobbiamo comportarci, allora? Qual è, dunque, il confine? Non credo che ne esista uno netto e mercato e che stia alla nostra sensibilità trovare quello che reputiamo giusto, sperando che lo sia anche per gli altri. Un modo per risolvere il problema può essere quello che in semiotica visiva si chiama “ancoraggio“, un buon titolo o un’opportuna didascalia che avvisi che l’immagine è un’illustrazione concettuale e non una fattiva rappresentazione della realtà.

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Posta Fibreno, 1932.
La duchessina Ciacci, detta Borghesiana Jones, e la contessina Rosa, detta Arianna Croft, esplorano terre selvagge e misteriose nell’Italia centrale
… o no?

D’altro canto, chi invece osserva una fotografia, può usare un po’ di spirito critico e di solerzia nel verificare le fonti. Siamo tentati di cercare conferme di ciò in cui già crediamo, tendiamo all’autoaffermazione, anche a rischio di ingannarci pur di non ammettere con noi stessi che sbagliamo. Viviamo nell’epoca dell’informazione e, purtroppo, anche delle “bufale“, ma anche in quella del debunking e con un motore di ricerca è facile scoprire se un’immagine è vera, concettuale o palesemente falsa.

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Visitando il Giardino dei Tarocchi, non vedrete mai questa immagine con i vostri occhi, eppure l’ho scattata proprio lì e voi potreste fare lo stesso: questa fotografia è reale?

 

2 pensieri riguardo “Fotografia e Verità

  1. molto interessante il concetto fra arte e fotografia, è vero, spesso una foto di nudo crea scandalo, ma se la stessa diventa un quadro ecco che è considerata un’opera d’arte. Siamo abituati ad osservare attraverso le lenti della fotografia, spesso distante dalla realtà, eppure sempre presa come punto di riferimento. I fotografi al giorno d’oggi hanno una grande responsabilità nell’interpretare e diffondere una realtà che sappia raccontare la verità .

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