Re Mida

L’anno scorso la casa editrice Quodlibet ha pubblicato il volume “Niente di antico sotto il sole“, che raccoglie vari scritti del Luigi Ghirri, una personalità del mondo della fotografia di cui vale sempre la pena conoscere i pensieri, benché alcuni di questi testi, in quanto introduzioni a mostre e altri lavori, slegati da questi perdano un po’ la loro efficacia, penso. Il motivo per cui questo articolo si apre con la menzione di questo volume è che uno dei testi che contiene, “Re Mida nel vicolo cieco“, offre alcuni spunti decisamente interessanti su cosa sia un fotografo o, più precisamente, su come interagisca con il mondo che lo circonda.

Secondo Ovidio, fu Dioniso a donare a Mida la capacità di trasformare tutto in oro, ma altre versioni parlano di una fata

La leggenda del re Mida ha diverse sfumature e varianti (come molti altri miti antichi, del resto): secondo quella che ha ispirato il fotografo emiliano, Mida avrebbe rifiutato l’amore di una fata, abbandonandola e preferendo dedicarsi al mondo che gli sta intorno. Allora la fata si sarebbe vendicata, scagliandogli una maledizione per cui tutto ciò che le sue mani avrebbero toccato sarebbe diventato oro. Questo faceva sì che Mida non potesse mai amare nessuno, finché un giorno, innamoratosi di una donna, pensò: “La mia vita possiede soltanto istanti e questi istanti rappresentano qualcosa soltanto perché io aspetto che da essi prenda forma la vita, ma il giorno della vita non giunge mai. Per me le cose e le persone sono soltanto belle; alla mia vita fu concessa soltanto la vista, niente può avere parte in niente. La mia vita è come una statua d’oro, è separata da tutto, non ha passato e non ha futuro“.

In disparte, quasi invisibili, eppure sempre pronti. Molti fotografi sorprendono proprio perché nessuno ne ha percepito la presenza

Beh, sì, certo, la vita del fotografo non è certo così drammaticamente desolante, ma punti di contatto ce ne sono. Il primo, più ovvio, è il fatto che la fotografia, più che il fotografo, viva di istanti, non necessariamente decisivi, ma comunque istanti. Ciò che noi registriamo, sono solo brevi frazioni di un tempo continuo, un frammento che resti, invece di perdersi “come lacrime nella pioggia“. E da tali istanti non prende forma la vita, perché essi sono in realtà formati dalla vita, rappresentano un “è stato“, come dice Roland Barthes.

Ci saranno altri momenti sul golfo di Sperlonga, ma questo resterà unico e irripetibile

Di certo la vita del fotografo è poi fortemente incentrata sulla vista. Un fotografo guarda, sempre. La cosa che può lasciare esterrefatti è che molti guardino, ma in realtà non vedano e si lascino sfuggire la maggior parte della vita che li circonda. Perché guardare non basta: bisogna osservare e non è la stessa cosa. Molti cercano il soggetto che faccia sensazione e scartano tutto ciò che considerano banale, ma così spesso si perdono il meglio della vita intorno a loro.

Ogni tanto ci si distrae, ma un bravo fotografo sta sempre all’erta e non si perde le scene migliori

Questo significa anche sapersi isolare un po’. Il fotografo è quello che alle feste magari rompe le scatole a tutti, perché vuole fotografarli, fare loro un bel ritratto, un po’ perché ha visto un bel soggetto, un po’ perché vuole lasciare agli altri un bel ricordo, un po’ per sentirsi un po’ meno distaccato da quel mondo che spesso guarda da lontano o comunque filtrato da un mirino, un vetro dietro cui si ripara, si nasconde anche, ma non solo, per non influire in alcun modo sulla scena con la sua presenza, se non a posteriori, quando mostra i suoi scatti a chi, magari, era presente, ma non ha visto, è stato ripreso, ma non si immaginava così, pensava che non sarebbe mai potuto essere fotografato così, perché da fuori vedere è più facile, anche se più malinconico.

La macchina fotografica ci nasconde, ma mostra al mondo la nostra visione di esso

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