Inconscio tecnologico

Richard Avedon, protagonista di una recente mostra di cui abbiamo parlato ha dichiarato di odiare le macchine fotografiche: egli avrebbe voluto, infatti, poter lavorare con i suoi soli occhi, senza l’intermediazione di alcun mezzo tecnico. Perché è innegabile che qualsiasi mezzo influisce sui risultati che si ottengono tramite esso. Per Franco Vaccari, in fotografia ciò accade talmente tanto che il fotografo potrebbe anche non vedere.

La tecnica costruttiva delle apparecchiature fotografiche influisce sulle resa delle immagini

Il fotografo modenese ha teorizzato nei lontani anni Settanta del secolo scorso l’esistenza di un inconscio tecnologico, definito come l’insieme statico delle regole sulla base delle quali opera una macchina. Insomma, alla faccia dell’istante decisivo, del mettere sulla stessa linea occhio, mente e cuore: la macchina vede, la macchina produce, la macchina dà significato al segno fotografico.

Inquadrare alla cieca e sperare che basti la “vista” della macchina fotografica

Già Walter Benjamin nel suo “L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica” aveva introdotto il concetto di “inconscio ottico“, inteso come ciò che sfugge all’occhio umano, ma si svela al mezzo tecnico, che, per le sue caratteristiche costruttive, per le sue proprietà specifiche “vede” il mondo in modo diverso. Franco Vaccari, però, va oltre, teorizzando l’autonomia del mezzo e la subordinazione a esso del fotografo.

La macchina fotografica può cogliere ciò che sfugge all’occhio

Insomma, la fotografia sarebbe indipendente dal fotografo e questo potrebbe giustificare il fastidio del nostro Richard Avedon, che pure probabilmente non aveva una visione così estrema della questione. Infatti, se solo la costruzione della macchina determina il significato dell’immagine, dona concetto alla fotografia, che ne è dell’inconscio sociale, di quello personale e della consapevolezza del fotografo? Tutto ciò va a sovraccaricare e rendere indeterminato il segno reale.

Quanti significati diamo a un’immagine per le nostre sovrastrutture culturali?

D’altra parte, non si può negare che i dettagli costruttivi di un sistema, così come i significati che tendiamo a ricercare in un’immagine sono dirette conseguenze della società che li produce e ricerca, tanto quanto essi finiscono per influenzare la società. Potremmo pensare a un paragone con la più moderna teoria delle memetica, secondo cui gli esseri biologici sono dei portatori, più o meno consapevoli, di informazione, che li guida per il suo interesse.

Siamo inconsapevoli schiavi dell’informazione?

Per quelli tra noi che trovano interessanti tali argomenti, consiglio la lettura delle dirette parole del fotografo modenese, contenute nella raccolta di brevi saggiFotografia e inconscio tecnologico“, giunto alla terza edizione rivista e arricchita di nuovi testi, rispetto alle precedenti.

Fotografia e inconscio tecnologico, di Franco Vaccari, a cura di Roberta Valtorta, 9788806207335, Piccola biblioteca Einaudi

Buona lettura.

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