La luce scorre

Quando si pensa alla fotografia, di solito, ci soffermiamo sul far sì che un’immagine compaia sulla carta, semplicemente esponendola alla luce. O quantomeno è così che solitamente la si ricorda, con i lavori di Talbot e Daguerre. Eppure il grande passo avanti compiuto da questi e da altri non fu far apparire l’immagine, ma far sì che l’immagine restasse impressa.

Il comportamento dei sali d’argento, infatti, era noto già più di mille anni prima della nascita della fotografia. Da quanto ci è noto, il primo e descriverlo fu Jabir ibn Hayyan, che riporta il procedimento per ottenere il nitrato d’argento in un suo trattato. Va detto che lo studioso arabo riteneva che fosse l’aria e non la luce a farlo diventare nero.

Dovemmo aspettare il 1727 affinché Johann Heinrich Schulze scoprisse casualmente che del gesso impregnato di nitrato d’argento scuriva dal lato esposto alla luce. Qualche anno dopo Carl Wilhelm Scheele comprese che la reazione era dovuta principalmente all’effetto dei raggi ultravioletti che riducevano il nitrato d’argento in argento metallico.

Il problema, però, restava quello della persistenza. Una volta disposti i sali su una superficie di carta, questa veniva poi parzialmente esposta alla luce, coprendone delle parti, per ottenere delle immagini, ma, rimosse le coperture, anche il resto della superficie era esposta e, qundi, l’immagine durava pochi istanti, prima di essere cancellata.

Insomma, ci si trovava nella stessa situazione di chi volesse scrivere un messaggio sulla sabbia, in riva al mare. Era solo questione di tempo prima che gli agenti atmosferici (vento e mare o luce del Sole che fosse) arrivassero a cancellare tutto.

Per questo uno dei padri mai troppo celebrati, anzi, a mio avviso spesso dimenticati, della fotografia è senza dubbio John Frederick William Herschel, un fisico e astronomo che scoprì come l’iposolfito di sodio era in grado di scogliere i sali d’argento non esposti alla luce: in questo modo, le porzioni di superficie non esposte alla luce potevano essere bagnate con tale sostanza, preservando l’immagine ottenuta. Era nata l’era dei fissanti.

Con l’arrivo dei fissanti, l’immagine fotografica ha guadagnato materialità, consistenza e persistenza. Abbiamo ancora con noi fotografie risalenti a più di un secolo fa e possiamo ancora averne, sebbene negli ultimi vent’anni la fotografia si sia lentamente incamminata verso una nuova forma di immaterialità, con il digitale.

Se un tempo la fotografia era pensata come metodo per fissare dei ricordi, rendendoli persistenti e duraturi, o descrivere fenomeni fisici, oggi si preferiscono scatti fugaci da pubblicare su Instagram e poi dimenticarli 5 minuti dopo, come si fa quando ci si specchia al mattino.

Per parafrasare Eraclito, potremmo dire Φῶς ῥεῖ, la luce scorre: ci eravamo illusi di essere riusciti a fermarla, ma essa è molto più forte di noi e alla fine ha rotto gli argini, ricominciando a fluire impetuosa, infischiandosene di tutto.

2 pensieri riguardo “La luce scorre

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