William Henry Fox Talbot

C’è un personaggio agli albori della fotografia che ha sempre suscitato il mio interesse e la mia ammirazione, William Henry Fox Talbot. Vorrei in questo articolo ricordarlo e rendergli omaggio.

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Nato nel 1800 in Inghilterra, Talbot studiò lingue classiche e matematica al Trinity College di Cambridge. Egli era dunque, sia un uomo di lettere, che di scienza, un uomo curioso ed estremamente erudito che a poco più di trent’anni entrò a far parte della Royal Society. La sua discreta stabilità economica, gli permetteva di dedicarsi ai suoi studi senza affanni e così si dedicò a studiare la luce e alla messa a punto di un sistema che gli permettessere di creare immagini, sopperendo alla sua scarsa abilità come disegnatore. Fu così che inventò quello che battezzò calotipo, dal greco kalos typos, cioè bella forma.

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Il procedimento brevettato nel 1841 prevedeva di sensibilizzare un foglio con base di nitrato d’argento, su cui applicarne un altro a base di ioduro di potassio. Un ulteriore bagno in ioduro d’argento e acido gallico era necessario, prima dell’esposizione alla luce, che formava un’immagine da fissare con del bromuro di potassio. Il negativo così realizzato veniva di nuovo esposto per realizzare stampe su carta salata (immersa in acqua e sale).

Tale procedimento all’inizio era tutt’altro che perfetto, portava a immagini non del tutto nitide e sporcate da vari residui chimici, ma venne via via perfezionato dallo stesso Talbot (che pure considerava quelle immagini poco nitide più artistiche), anche grazie al lavoro di altri come, John Herschel, che scoprì il tiosolfato di sodio come fissante migliore per le immagini.

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Talbot, come dicevo, non fu solo uomo di scienza. Messo a punto il mezzo tecnico, ne fu uno dei più convinti utilizzatori, arrivando a produrre migliaia di negativi e di stampe (gran parte dei quali donati dalla figlia al National Science and Media Museum di Bradford) ed esplorandone le potenzialità come nuova forma di linguaggio visuale.

Un precursore, insomma, anche in campo editoriale. Talbot fu infatti anche il primo a pubblicare un libro fotografico, dal titolo “La matita della natura“, realizzato nel suo Talbotype Manufacturing Establishment, a Reading. Poche centinaia di copie, pubblicate in sei uscite nell’arco di ben due anni, il cui costo elevato, unito alla scarsità delle immagini, stampate su carta salata e applicate alle pagine del libro, ne rendeva difficile la vendità, sebbene ce ne siano rimaste diverse copie di quella prima edizione, la cui copertina fu disegnata da Owen Jones.

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La vera importanza di questo volume risiede nel fatto che tenta di definire i valori di una poetica fotografica, della fotografia come linguaggio e delle sue possibilità, tanto in campo artistico che documentale. Il corpo principale del testo è rappresentato da ventiquattro immagini (tavole) commentate dall’autore stesso, precedute da alcune osservazioni introduttive e un piccolo saggio dal titolo “Brevi cenni storici sulla nascita di quest’arte“. L’autore in sole ventiquattro immagini riesce già a mostrare le mille sfaccettature del mezzo fotografico, una nuova finestra sul mondo, finestra che Talbot cerca di spalancare su ciò che di bello e poetico ha da offrire il mondo. Tutto ciò senza avere precedenti punti di riferimento.

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Per chi fosse interessato, la casa editrice Casimiro ha recentemente ripubblicato “La matita della natura“, in una piccola, ben fatta, ma economica edizione che vale la pena aggiungere alla nostra biblioteca fotografica.

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