La fotografia, sin dai tempi del dagherrotipo, è stata sovente definita come uno specchio dotato di memoria, il che la rende uno strumento ideale per la memoria stessa. Esiste, però, un concetto analogo alla memoria, quello della postmemoria: può la fotografia prestarsi anche a esso?

Prima di tutto, occorre precisare che, anche quando si parla di memoria, la fotografia mostra comunque dei limiti (esplorati anche dalla postfotografia), esattamente come la memoria umana, che è fallibile, si corrompe col tempo e di base può essere molto selettiva… e, se c’è qualcosa di selettivo, è proprio la fotografia!


Che dire allora della postmemoria, che per definizione è qualcosa che viene dopo? Essa è stata teorizzata per la prima volta da una professoressa della Columbia University, Marianne Hirsch, e concerne la memoria delle generazioni successive.

Cosa accade, infatti, a chi condivide un trauma generazionale o culturale con chi lo ha subito, pur non avendovi preso parte, ma essendo a contatto con la memoria di chi, invece, lo ha fatto? Secondo la studiosa romena, queste persone vanno a formare un nuovo livello di memoria.

La ricostruzione narrativa degli eventi, mediata dai racconti dei testimoni, continua, dunque, a influenzare il presente e ha impatto sulla percezione di chi viene dopo. Basti pensare all’effetto dei Giorni della Memoria per l’Olocausto e la Seconda Guerra Mondiale: non a caso, ci sono giovani che si iscrivono all’Associazione Partigiani, pur essendo nati decenni dopo la guerra: molto spesso, questi ragazzi hanno avuto un genitore o un nonno partigiano.

E la fotografia? Come si colloca in questo ambito? Beh, per esempio, con il recupero di documenti e testimonianze di chi era presente. Il fotografo può trasformarsi in investigatore, magari anche in archeologo, e recuperare, approfondire ricordi di eventi passati, di cui ha solo sentito parlare.

Per esempio nel 2014 Gabriele Croppi ha raccolto alcune fotografie scattate in campi di concentramento e ghetti ebraici, in Austria, Germania e Polonia, tra il 2008 e il 2011, non come mero atto documentale, ma anche come rievocazione emozionale. Ma ci sono altri esempi, come la serie Jardín de mi padre di Luis Carlos Tovar sul sequestro del padre da parte delle Farc e sul suo successivo rifugio nel suo giardino. E la serie Las Flores mueren dos veces di Cristóbal Ascencio sulla scoperta delle vere cause della morte del padre.

Abbiamo, dunque, visto un altro ambito in cui la fotografia può fare la differenza. Ora sta a noi decidere se vogliamo dedicarci a esso e come.

